Lavorare meglio: dire NO senza sentirsi in colpa

Dire di no senza essere scortese, aggressiva e senza mettere a rischio rapporti professionali o personali: è fondamentale per il benessere fisico e mentale di un freelance ed è anche una dimostrazione di professionalità.

Imparare a dire no per non crollare sotto la tensione e lo sforzo, otografia via New Old Stock
Imparare a dire no per non crollare sotto la tensione e lo sforzo, otografia via New Old Stock

Dopo il post sul mio burn out ho ricevuto una serie di mail e whatsapp in cui molte di voi mi raccontavano cosa vi sta succedendo e mi dicevano che ero stata coraggiosa a raccontare il mio burn out.
Io non credo di essere stata molto coraggiosa, ma di essere molto arrabbiata.
Ho capito che senza imparare a “farmi valere” e a selezionare l’uso che faccio del mio tempo, professionale e personale, il rischio di sentirsi sbagliati e sopraffatti è lì dietro l’angolo.

Non ho ancora tutti gli strumenti per riuscire a “darmi” un valore corretto, ma sento che uno dei miei scogli maggiori è “imparare a dire no” senza dubbi.
Così ho iniziato a pensare e a fare ricerche per cercare di capire perché, quando e come dire di no senza sentirsi in colpa .

Come dire NO in modo assertivo?

Imparare a riconoscere situazioni o persone che non vanno bene per me e riuscire a dire “No” senza timore, in modo chiaro e evitando lo scatenarsi del senso di colpa non solo è importante per la mia autostima, ma è importante per mantenere i rapporti con le persone che ho attorno e con cui interagisco: dire “No” non deve per forza significare la rottura di rapporti, a meno che la scelta di interrompere i rapporti non sia consapevole.

Ecco alcuni punti su cui sto riflettendo:

  • Imparare a valutare il mio tempo
  • Conoscere l’uso del mio tempo e il tempo necessario per svolgere i miei compiti o per dedicarmi alle varie attività è fondamentale per muovermi nella mia giornata e nella mia vita in modo equilibrato senza sentirsi sempre in affanno e incompleta.
    So che se mi viene chiesto di svolgere un compito e so che non posso farcela se non a costo di sacrificare altre attività importanti e urgenti, dovrei dire di no.
    Mi sto impegnando, ma spesso vince ancora il senso di “io ce la posso fare” o “non posso dire di no”e, se vi foste poste il dubbio, non è vero.

  • Dire no e proporre un ‘alternativa<
  • Spesso, sull’onda del fatto che tutto appare urgente e importante, non mi prendo mai il tempo di pensare ad alternative: “E’ da fare ora e non c’è tempo di pensare o fare altro”.
    Invece il tempo c’è sempre e quei 5 minuti impiegati, e non persi, a pensare a una soluzione alternativa possono fare la differenza.
    Un paio di mesi fa ero in angoscia perché una mia amica voleva essere aiutata per rivedere e riscrivere il suo c.v.
    L’avrei fatto volentieri, ma sapevo che la mia amica avrebbe preso sotto gamba l’impegno, avrebbe continuato a rimandare l’appuntamento annullandolo all’ultimo momento, non lavorando mai al suo profilo e arrivando agli appuntamenti prefissati stanca e senza aver avuto il tempo di pensare né tanto meno di lavorare al c.v.
    Questo mi avrebbe demoralizzato, fatto arrabbiare perché sapevo che sarebbe finita così e avevo accettato nonostante ciò e, alla fine, avrebbe messo in crisi il nostro rapporto come amiche.
    La soluzione?
    “Mi piacerebbe aiutarti, ma non è il mio campo davvero. Però conosco due ottime professioniste in “risorse umane” che potrebbero davvero fare la differenza perché conoscono i meccanismi della selezione del personale dall’interno.
    Posso contattarle per te e mettervi in contatto, se sono disponibili a collaborare.”
    In questo modo, al centro della questione era il c.v e l’importanza che venisse scritto nel modo più appropriato e efficace possibile e non il “no” alla mia amica.

  • Se dico no, il mondo non crolla
  • Se dico di no, il mondo continuerà a girare così come sta facendo.
    Quello che forse cambierà sarà che io non girerò come un’ossessa perdendo il senso di quello che sto facendo.
    Crediamo di essere necessari e non rimpiazzabili, di doverci essere, di esserge gli uninci a poter are bene quell’attività.
    Questo nonostante ogni giorno, la vita ci dimostri il contrario.

  • Dire no per essere più professionali
  • E’ stato uno degli scogli più grandi, soprattutto all’inizio della mia attività, perché il desiderio è di esserci sempre, di aiutare, e di non perdere business, è sempre presente.
    Ci sono almeno tre rischi, però, in questa disponibilità illimitata e incapacità di dire no:

    • Il burn out, ovvero l’esaurirsi di tutte le energie mentale, e spesso anche fisiche, legate alla mancanza di spazio per ricaricare le energie e il conseguente deperimento della qualità del vostro lavoro, qualsiasi esso sia
    • La mancanza per gli amici, come nel caso precedente, di affrontare le difficoltà da soli e di mettersi alla prova, fallire, riprovare ed impegnarsi.
    • L’incapacità per i vostri clienti di percepirvi come professionista i cui tempi vanno rispettati per consentire lo svolgimento di un lavoro corretto.

    A questo, in realtà, si accompagna, se ci pensate, anche un’altra conseguenza poco professionale: come potete concentrarvi su progetti di altri clienti se siete continuamente al telefono con amici e/o altri clienti per ogni minutiae?
    Quanto tempo potete dedicare ai clienti se uno o due monopolizzano il vostro tempo, perché non siete in grado di dire no?

  • Dire no a richieste di consulenza gratuite
  • Questo ovviamente funziona con tutte quelle persone che spesso ti chiedono un consiglio o un parere veloce “giusto perché tu sei del settore”.
    Se si tratta di dare il proprio parere sulla base di una veloce affermazione, o.k.
    Il punto è quando la situazione diventa un pizzico più complessa e prevede un’ora di ascolto e/o l’invio del progetto “così gli dai un’occhiata e mi dici” e dire no è delicato, ma necessario.
    Quando mi rendo conto che l’aiuto ha la forma o necessita della forma di una consulenza più “strutturata” , allora la soluzione migliore sarebbe rimandare a un approfondimento professionale negli orari d’ufficio. Anche qui, per ora, registro 2 successi recenti e innumerevoli insuccessi, ma posso migliorare.

    Voi riuscite a dire no in modo assertivo?
    Volete raccontarmi nei commenti qualche esempio sia di casi in cui non siete riuscite e casi in cui invece siete riuscite e come avete fatto?

Burn out: quando mi sono lavata i denti con la Nivea

A dicembre 2016 pesavo 55 kg e non facevo, né faccio parte del mondo della moda.
Credo di aver pesato 55 kg, l’ultima volta, alle scuole medie o forse al liceo.
Troppo tempo fa per potermelo ricordare.
Ecco cosa mi è successo durante il primo anno da freelance e cosa ho imparato a proposito di burn out e stress

Stress da troppo lavoro
Il burn out: una causa e una conseguenza è sentirsi completamente soli, senza sostegno

A dicembre 2016 ero a Madrid, facevo la pet sitter (non è una pratica maliziosa, significa che mi occupavo di cane e gatto) agli amici pelosi di una mia cara amica in vacanza e pesavo 55 kg.
Chi mi conosce sa benissimo che:
– peso ben più di 55 kg e sono perennemente in lotta con la bilancia.
– rifuggo da qualsiasi osservazione relativa al mio corpo, tranne quella legata al fatto che ho dei grossi problemi a parlarne, figuriamoci a scriverlo in un post (verba volant…)
Detto questo, dopo essermi lavata i denti con la crema Nivea una sera, sempre a Madrid, ho dovuto ammetterlo: “burn out fisico e mentale”.

La mia storia con il burn out

Da mesi avevo iniziato la mia attività come social media manager freelance e il periodo non era davvero facile:

  • cambiare lavoro, non solo la compagnia per cui operi, ma proprio campo d’attività
  • passare dall’attività di dipedente a freelance
  • non avere un flusso certo e costante di guadagno
  • non avere certezze e riferimenti
  • non essere una millenial (quando inizieremo anche qui a parlare dell’age bias e non solo e giustamente del gender bias?)

non sono scherzi.
Io stavo e sto tutt’ora affrontando questa situazione e, nonostante la marea di articoli, post e talk che avevo e ho seguito circa i rischi del passaggio, nonostante una voce dentro di me dicesse “No, ma figurati, a me no!”, invece “Sì, proprio io!” ci sono cascata.

Come sono arrivata al burn out?

Il primo colpo al mio benessere è stato frutto probabilmente del mio percorso per diventare freelance.
Non è stata una scelta, è stata più una decisione legata a una serie di condizioni e in parte le potete trovare in questo post intervista che mi ha fatto Sara Valsania.
Venivo da 6 anni di impiego in cui i giorni bui erano stati maggiori di quelli di luce.
Inutile anche negare che non sono stata capace di creare attorno a me un network di persone che mi potessero, se non sostenere, almeno farmi sentire “meno sbagliata”: nessuna colpa, eh!
Anche io avrei detto a una mia amica e/o al mio significant one che aveva passato la 40ina e che aveva comunque un lavoro sicuro e abbastanza ben retribuito di mettersi il cuore in pace circa la “soddisfazione personale” e di guardare alla tranquillità e serenità economica.
Un altro punto da non dimenticare è stata la mia incapacità di “dire no”, nonostante sapessi benissimo l’importanza dei limiti che metti agli altri.
Ma se stai entrando in un nuovo campo di cui non padroneggi i confini e se non hai un supporto (e torniamo a sopra) valido al tuo fianco, “dire no” è un rischio che non sai/puoi permetterti di compiere, anche solo perché ci sono le bollette e soprattutto sei stata sempre indipendente e non sai cosa aspettarti dal fatto di non avere un flusso di denaro che alimenta il tuo conto corrente.
Un paio di clienti che non avevano idea di cosa volevano e la mia incapacità nel gestirli fermamente, quando hanno iniziato a oltrepassare la linea, hanno completato l’opera.

Come sono uscita dal mio burn out?

Ho rifiutato di collaborare ulteriormente con un cliente.
Ho perso una mensilità e dovuto riemettere tutta la documentazione fiscale di un altro che, dopo 4 mesi dall’ultima ricevuta, mai pagata, e dopo una serie di mail di solleciti della mia commercialista si è reso conto che aveva un regime particolare e quindi non saldava la ritenuta d’acconto.
Mi sono trovata con “il cul… a terra”, pardon my French direbbe Garance Doré e da lì ho ricominciato.
Niente racconti di “da quel momento ho selezionato solo clienti bellissimi che mi amano e io amo loro”.
Da quel momento, con fatica, soprattutto mentale, ho iniziato, tra pianti, passeggiate da sfinimento, immersioni in pomeriggi al cinema o a divorare romanzi, a riprendermi, a riprendere soprattutto me stessa e forse non è stato un “ri-prendere”, ma proprio un appropriarsi di me stessa, per la prima volta.
Ho ottenuto un colloquio per un’attività di community management per una grossa agenzia che segue i social di un brand famoso nel settore automotive e ho portato a casa il contratto.
Terrore e ansia, voglia di farcela e di imparare.
Un passo alla volta, un post dietro l’altro, un commento e una linea guida per creare uno script ad uso dell’intero team dietro l’altro, sono passata dalla paura ogni volta che gestivo le pagine e gli account a una certa sicurezza e padronanza della situazione.
Da lì, finalmente un altro contratto con un settore a me familiare, il turismo, e poi a seguito, con il passaparola altri progetti. E la consapevolezza che potevo dire la mia sul settore e rispondere ai bisogni del mio cliente, qualche volta persino prima ancora che si verificassero.

Che cosa scatena il burn out?

Credo che le cause possano essere diverse, ma mi trovo a riflettere su questa frase di Danielle Laporte, autrice, speaker e blogger canadese:
“We live in a global economy of insecurity. Not because of vacillating markets, but unstable self worth. Our lack of esteem feeds the globalization machine. If you/we loved ourselves more deeply, a lot of industries would go bankrupt.
But…bankrupting the human spirit turns out to be great for the gross national product.”
E mi chiedo se davvero questa mancanza di autostima che attanaglia così tante di noi e la conseguente necessità di fare sempre di più, di darsi sempre di più, sia davvero un caso e la nostra difficoltà nel porvi rimedio sia davvero legata alla nostra scarsa forza di volontà.

Una storia…d’amore con il burn out?

La questione del burn out, comunque, mi interessa enormemente e quindi ho chiesto ad alcune donne con cui collaboro, che conosco e che ritengo interessanti di raccontarmi del loro “burn out” e di cosa è successo, perché e come uscirne.
Da tutte una nota comune: “E’ capitato una volta (o più), può capitare ancora, ma ho acquisito gli strumenti per riconoscerlo e farvi fronte”.
Credo che dal loro racconto potrete trovare davvero degli spunti per, se non eliminare il rischio, riconoscere subito la situazione e sapere che non succede solo a voi perché siete deboli, fragili e non vi meritate di farcela.
Succede e basta, ma si può e si deve uscirne con qualche strumento in più per farsi meno male la prossima volta.
Quindi, seguitemi e faremo una passeggiata nel mondo del burn out (e delle nostre paure) nei prossimi post.

Freelance: un anno (e qualche mese) dopo – parte 2

Ecco la parte due del post circa la mia attività di freelance.
Qui vi svelo la mia più grande paura e come sono riuscita a tenerla a freno.
E, non odiatemi, ma vi devo dire che qualche volta lavorare per avere visibilità vale la pena. O almeno è servito a me.

Tempo
Freelance: ci vuole tempo. Quanto? Tre anni, pare. Fotografia di Murray Campbell via Unsplash

In questo agosto caldo e silenzioso (ma quanto può essere silenziosa Milano a agosto? Un sogno) ho avuto un po’ di tempo per studiare (oh yeah!), lavorare (oh yeah!) e riflettere sul mio anno e qualche mese da freelance e così eccovi la parte due (qui trovate la parte uno se ve la siete persa)

Rome wasn’t built in a day, ovvero ci vuole tanto tempo per fare il freelance

Quando ho inziato sapevo che una questione sarebbe stata, da subito, davvero spinosa.

  • Come trovare i clienti?
  • Ogni persona interpellata aveva la sua ricetta, of course:

    • Devi fare pubblicità su Facebook
    • Devi farti vedere agli eventi giusti (quali sono quelli giusti per me?)
    • Devi fare networking
    • Devi far sì che siano i tuoi clienti a trovarti, quindi lavorare di branding

    Una ridda di soluzioni che ho, più o meno, considerato e praticato.
    Certo qualche cliente è arrivato, ma il processo mi sembrava lento, molto lento, troppo lento.
    In breve, non sostenibile.
    Mi sembrava lento soprattutto perchè continuavo a vedere questi freelace che, almeno pareva a me, intraprendevano un’attività e in tempo tre mesi
    din din din
    Lo riconoscete? E’ il rumore delle monetine nel deposito di Zio Paperone.
    Insomma, per farla breve pareva che in tre mesi le fatture e le bollette non fossero più un problema e che ci fosse anche di che regalarsi qualche piccolo sfizio.
    A me non stava succedendo esattamente così e la cosa mi faceva pensare, pensare seriamente.
    Fino a quando ho letto il post di una freelance molto brava e devo dire che la situazione si è un pizzico ridefinita: tre anni, questo è il periodo che è necessario per iniziare a ingranare.
    Nello stesso periodo ho raccontato del mio dilemma a un’amica freelance.
    Non solo mi ha confermato le tempistiche, ma la sua stessa commercialista, freelance anche lei, confermava i tempi a sua volta. E se lo diceva la commercialista!
    Risultato: il cricetino impazzito che si agitava nel mio cervello ha rallentato il passo sulla ruota.
    Ci fa ancora qualche giro, ma tende a sapere quando fermarsi e scendere, grazie a Dio!
    O forse grazie al confronto e all’onestà di qualche collega.

    La formazione per un freelance: sono una “life long learner”?

    Una delle espressioni che 7 anni fa mi avevano lasciato perplessa quando avevo iniziato a lavorare per Expedia era “lifelong learner”. Mai sentito prima e, così a freddo, dopo anni e anni di studio e professoroni, l’espessione non mi entusiasmava.
    7 anni più tardi, la voce “formazione” è a oggi una di quelle in cui finiscono largamente i miei guadagni.
    Forse ho scelto anche un campo, quello dei social, in continua e frenetica evoluzione e star al passo non è così semplice se non ci si aggiorna continuamente.
    Forse “so di non sapere” e non riesco a sentirmi mai totalmente formata e padrona della materia.
    Forse, e questo è altamente probabile, dopo un corso sono piena di idee, energie e contatti e questa è una situazione che mi fa sentire bene e che, innegabilmente, si riflette in positivo anche nel mio lavoro.
    Quindi, “Yes, I am a lifelong learner”.

    Perché lo fai?

    Ad un certo punto della mia vita, non so bene quando, ho iniziato a fare una serie di cose altre rispetto al mio focus.
    Al liceo ho iniziato a scrivere brevi articoli per un foglio milanese.
    All’università ho scritto per il periodico dell’istituto.
    Venendo a tempi più recenti, ho organizzato un paio di blogtour, ovvero tour con blogger alla scoperta di luoghi di cui mi ero innamorata o che volevo scoprire
    Tutto bene, no? Non proprio.
    Una voce dentro di me e molte fuori hanno iniziato a chiedermi, sempre più insistentemente: “perché lo fai?”.
    “Perché dedicare tempo (ed è molto), passione (altrettanta), anche risorse economiche (non cifre folli, ma chiamate, previsite, caffé, aperitivi, etc costano) per qualcosa per cui non ti pagano?” O come dice qualcuno “non puoi fatturare?”.
    La mia prima risposta è sempre stata: “Perché mi piace!”
    E’ così infatti: nuovi posti, nuove persone, l’alchimia tra le diverse persone, gli scambi, il confronto, le chiacchiere.
    Oggi, però, aggiungo due altri motivi:

    • esperienza: il numero di cose che ho imparato a fare per realizzare i miei blogtour è impressionante se guardo indietro:
      1. chiedere (e come sapete è un problemino non da nulla per me)
      2. preparare power point chiare (poche slide, pochi concetti per slide, obiettivi chiari)
      3. scrivere inviti a cui dire “no” è quasi impossibile e che comunque lasciano aperta la strada a una possibile futura conoscenza
      4. risolvere problemi di programmazione e contrattempi vari (ma lavorando in hotel questa parte era già ben avviata, lo ammetto)
      5. costruire itinerari vari e interessanti per tutti o quasi i partecipanti (perché parto sempre con “Stavolta non più di 10 e arrivo sempre a 20 e trovare un percorso che incuriosisca 20 persone non è uno scherzo)
      6. scusarmi (un pizzico meno difficile che chiedere, ma sempre nell’area del “ho difficoltà nel farlo”)
      7. scovare informazioni
    • visibilità: Ebbene sì, questa viturperata visibilità e chi è freelance sa di cosa parlo.
      Però ammetto di aver ottenuto almeno 2 dei miei ultimi incarichi grazie ai blogtour che avevo organizzato.

    La flessibilità del freelance non è disponibilità totale sempre e comunque

    Sono una freelance e spesso lavoro quando gli altri non lavorano e non lavoro quando gli altri lavorano.
    Sto imparando a organizzare il mio tempo. Non è facile.
    Se mi lascio interrompere mentre sto lavorando, succede a me come a una persona che lavora in ufficio: non solo perdo tempo che dovevo dedicare al mio compito, ma mi ci vuole moltissimo tempo (gli esperti dicono anche venti minuti) per recuperare la concentrazione.
    Io poi sono fatta anche peggio: se sono in un momento in cui sto lavorando bene, mi costa poi molto tempo recuperare la medesima concentrazione e la calma, perché mi sento in colpa per aver perso tempo in un’attività diversa.
    Non sono ancora riuscita a padroneggiare questo concetto e spesso sono io la prima a pensare che forse esagero.
    Ma a fine giornata, riconosco immediatamente quando ho barattato la mia flessibilità con una piena e arresa disponibilità.

    Per un anno e qualche mese, sono soddisfatta.
    Poteva andare meglio: certo!
    Ma se mi guardo indietro, sono stupita di quanto ho fatto, di quanto ho appreso e di quanto sto imparando, di come sono e sto cambiando, proprio io che leggevo ammirata i resoconti di chi a metà del cammino della propria vita aveva mollato tutto ed era ripartita da zero, io che mi dicevo “Sì, ma io no, io non ce la farei”
    E invece “Sì, perfino io ce la sto facendo”.

    Freelance: un anno (e qualche mese) dopo – parte 1

    Sono una freelance: cosa è cambiato e cosa deve ancora cambiare in come lavoro e anche in come vivo.
    Spoiler: la mia più grande difficoltà è chiedere.

    Negozio di luci in Lisbona
    La vita del freelance? Luci e ombre. Immagine da New Old Stock

    Il 22 aprile 2016 mi sono licenziata: non era la prima volta, ma questa volta è stato diverso.
    Infatti, non mi sono messa a cercare un nuovo lavoro, ma clienti.

    Oggi, a un anno e qualche mese da quella data, vi racconto com’è andata e come sta andando (work in progress).
    Vi racconto soprattutto cosa ho sbagliato e cosa ho imparato.
    Non perché così non farete i miei stessi errori, perché temo che, come con i figli, dirgli che quella cosa lì che stanno per fare è un errore, non li salverà dal compierlo.
    Anzi, se avete già letto dei post con contenuto simile, vedrete che ci sono diversi errori/punti in comune.

    Allora a cosa serve raccontare i propri errori da freelance?
    Forse serve, a me che li scrivo, a guardare indietro e dire “sono sopravvissuta anche stavolta” e a chi legge e farà gli stessi errori o li ha già fatti a pensare “non sono sola, non sono la sola”.

    Sei freelance: mettici la testa, ma ascolta il tuo istinto (la pancia, insomma)

    Sul lavoro pare che io sia molto “fredda” e cerebrale.
    Qualche superiore mi ha detto che “non si capisce quello che penso” dalla mia espressione facciale.
    Io l’ho preso per un complimento, soprattutto quando mi è stato detto da alcuni.
    In effetti, tendo a analizzare e a far tacere la mia parte emotiva a favore di atteggiamento professionale e serio.
    “Bene”, direte voi.
    “Non sempre”, dico io.
    Spesso, il voler mantenere un aplomb professionale che rispecchia una professionalità seria e quasi calvinista (” Se non lavori non sei prescelto da Dio e quindi via a lavorare oltre misura) invece che suscitare rispetto e definire un sano rapporto di lavoro scatena il “approfittiamocene”.
    Mi è successo per diversi mesi e con diversi clienti, sia diretti che tramite intermediari. Mi succedeva anche da dipendente. Passare da dipendente ad essere freelance non ha fatto cambiare le carte in tavola da questo punto di vista.
    Il problema era più mio che loro.
    Spesso sapevo benissimo, già dopo il primo appuntamento, che la situazione non sarebbe stata facile, ma ho messo a tacere l’istinto per almeno due motivi:
    – io (mi) salverò: ovvero ora, dall’alto della mia nuova posizione da freelance, saprò gestire la situazione e uscirne vincitrice. Nessuno si farà male e avrò appreso una nuova competenza. Se voi ci riuscite, chapeau. Io ho ancora molta strada da fare.
    – odio i conflitti: sono una persona pacifica, ho fatto della diplomazia il mio strumento distintivo. Se devo dire che un progetto non mi piace, dirò che “ci sono delle potenzialità su cui si può sicuramente lavorare”. Una volta l’ho detto anche al ristoratore che mi chiedeva com’era il risotto. Avevano appena aperto e volevano un feedback. “C’è spazio per migliorare. Tanto” Dopo tre mesi avevano chiuso e io mi ero trasferita.
    Ascolto sempre il mio istinto e dico “No” senza paura?
    No, ma andiamo al punto successivo.

    Anche se non hai a che fare con vampiri, metti paletti

    Magari non nel cuore.
    Ne avevo già parlato anni fa, ma evidentemente il processo per apprendere l’arte dei paletti è lungo.
    Oggi tendo a non dare più nulla per scontato e a essere più chiara e rigorosa.
    Dopo una serie di brutte esperienze, ho imparato a dire chiaramente come lavoro e come non lavoro.
    Cosa puoi aspettarti da me e a cosa io devo poter avere accesso per poter lavorare al meglio e farti ottenere i risultati.
    Ad esempio, se una chiamata non è pianificata non rispondo.
    Se sto lavorando a un progetto di un altro cliente, non posso né voglio sottrarre il tempo che ho pianificato per quel lavoro. E’ una questione di rispetto del cliente e di ottimizzazione del mio lavoro.
    Grazie a Dio, non opero a cuore aperto e non devo governare l’America (e dato il tempo che Mr Trump passa su Twitter o a guardare Fox News per informarsi, direi che davvero niente è così urgente. Sorry, Mr President, but seriously…)
    Se abbiamo definito un piano e un calendario, non lo stravolgiamo perché tu ti sei stancato.
    Soprattutto, non lo stravolgiamo due minuti prima di andare live.
    Lo facciamo cercando di capire se:
    – ti sei stancato solo tu o anche il target (ma a quel punto e con i dati a disposizione, forse me ne sono già accorta anche io)
    – è cambiato qualcosa a livello aziendale nell’immagine che vuoi comunicare. Ma a quel punto non si cambia un post, ma si rivede la strategia.
    E qui vediamo già l’anticipo del punto successivo.

    Chiedere è faticoso, ma fallo!

    Ricordate quella pubblicità (oddio, si capirà che sono agée?) circa “L’uomo che non deve chiedere mai”?
    Io temo di essere cresciuta, e di non essere la sola, all’insegna de “La donna non deve chiedere mai” e non è una questione gender o forse sì. Figlia degli anni ’70, se mia madre mi ha insegnato qualcosa, oltre all’amore per la lettura a suon di Heidi (dai, ve ne avevo parlato già qua), è “tu devi imparare a non essere dipendente, non devi chiedere mai, devi trovare, pensare e fare tutto da sola.”
    Probabilmente mia madre non aveva ben chiara la mia indole “assolutistica” per cui per me, se dici mai, è MAI.
    Significa che al contrario delle altre “ragazze”, io non chiedo indicazioni per la strada, neppure a Google.
    Se non ho capito la lezione, io non me la faccio rispiegare, ma passo ore e ore sulla pagina a cercare di capire, senza capire e perdendo fiducia in me.
    Invece, se sei freelance, se hai dei clienti, dei colleghi, dei fornitori CHIEDERE è l’unica azione che ti consentirà di fare passi avanti.
    E’ faticoso, significa riconoscere i tuoi limiti e la tua vulnerabilità, significa dipendere dalla cortesia altrui, ma va fatto.
    Chiedi a una collega come fa lei a fare quella cosa lì o se conosce qualcuno o qualcosa che può aiutarti per quell’attività o per quella situazione.
    Ti risparmierai ore di studio/lavoro a vuoto (e che non puoi fatturare).
    Ti risparmierai crisi da Calimero ovvero “sono la solita tapina, perché io non lo so fare e tutti gli altri sì”.
    Magari ci scappa anche l’ampliamento del tuo networking o il rafforzamento del medesimo.
    Da qui, si va al punto successivo in un nano secondo.

    L’ispirazione è importante, ma non quella che credi tu

    Una mia amica mi ha fatto notare che il mio lavoro è bello, perché è sempre vario ed è, ecco la parola magica, un lavoro creativo (e questa parola va in accoppiata a ispirazione).
    Lei la vede così, perché lavora da dipendente.
    Vede, quindi, l’aspetto “non devi fare tutti i giorni le stesse cose” e non ha tutti i torti.
    Ma chi fa la freelance sa che c’è anche l’altra parte della medaglia, ovvero l’energia che dover inventarti e reinventarti tutti i giorni comporta, senza una sicurezza, soprattutto i primi tempi.
    Io ho bisogno di dosi massicce di energia sotto forma di ispirazione.
    L’ispirazione che mi serve non è tanto e solo quella per creare progetti sempre nuovi, ma quella per alzarmi dal letto, per mettermi davanti al pc anche se è domenica, per preparare l’ennesimo preventivo che potrebbe significare l’inizio di un nuovo progetto ma anche un rifiuto per x motivi.
    Mi nutro di ispirazione continuamente e in modo compulsivo, ho bisogno di storie interessanti, sfidanti, esempi di persone che a 99 anni, per dire, piantano un seme di olivo anche se è abbastanza certo che non vedranno mai la prima oliva e non sono neppure certi che qualcuno si occuperà della pianticella, poi.
    Leggo, guardo film, ascolto, navigo in rete, ascolto podcast (l’hai già vista la mia lista dei “best ones”?), ascolto le chiacchiere delle persone che mi stanno attorno, cerco di incontrare persone nuove sempre con le cautele che essere un’acida introversa comporta.

    Non finisce qui…(c’è la parte due)

    Perché 40 anni è meglio di 20…e non pensavo l’avrei mai detto, figurati scritto

    Passare dagli “enta” agli “anta” non è esattamente una passeggiata.
    Se qualcuno prima si rivolgeva a te come “signora” e tu pensavi lo facesse per mera educazione, ora sai che non è esattamente quello il punto.
    Però, io ho scoperto che mi piaccio più ora che allora e che chi ha detto “Chi ha pane non ha i denti” era un fine filosofo, oh yes!

    A woman in a boat
    Rowing boat on the sea via Old New Stock

    Secondo la mera logica della quantità si fa presto: 40 Ferrero Rocher sono meglio di 20 (magari non esattamente poi in termini di ciccia sui fianchi), 40 paia di scarpe sono meglio di 20 (magari non per il tuo conto corrente e già possederne 20 non è male dopo tutto).

    La regola della qualità

    Ma secondo la regola della qualità?
    Ecco, io ho scoperto, da buon bastian contrario, che per la qualità della mia vita 40 è davvero meglio di 20.
    Certo, i capelli sono innegabilmente meno lucidi e hai voglia di fare impacchi di olio di cocco, di argan e d’oliva.
    Certo, se mangio anche solo un cracker dopo le 21, la mia notte sarà movimentata… ma non come la vorrei io.
    E è pure tristemente vero che se a 20 anni avevo una leggera scoliosi, a 40 ho aggiunto altri plus notevoli e cronici, tra cui la “rettilizzazione della colonna” (quando me lo hanno detto ho pensato che mi stessi trasformando in lucertola e ho pure cercato di immaginarmi come volevo la coda)
    Però… e ci sono davvero tanti però:

    20 anni e non saperlo

    • a 20 anni, chissà perché, hai il mondo contro
    • a 20 anni, oltre al mondo contro, hai deciso di dare un senso reale e soggettivo al titolo del film “Eva contro Eva”, vivendolo quotidianamente
    • a 20 anni sei splendida, ma non lo sai e ogni indossatrice/modella/velina e chi più ne ha più ne metta è sempre più: alta, magra, sottile, carina
    • a 20 anni, o carriera o niente: “Casalinga io? Bimbetti urlanti in braccio mentre giro il mestolo nella minestra? Ma scherziamo!!” E sogni che ti dicano che tu “Hai due palle così!”
    • a 20 anni pensi con terrore “E se non ce la faccio a sfondare'”

    Ed è subito…40

    Però, quando scoccano i 40:

    • a 40 anni, hai avuto il mondo contro, ma hai deciso che Giovanna D’Arco e l’abbrustolimento non fanno più per te e scegli di fare Madame de Maintenon, l’amante storica del Re Sole, non nel senso che trovi un Re Sole (non ci sono più i re di una volta, comunque) ma nel senso che riconosci gli andirivieni della marea che è la tua vita
    • a 40 anni se proprio proprio decidi di salire sulla famigerata pira della martire sai fino a che punto vuoi farti bruciacchiare
    • a 40 anni vedi le ventenni splendide e ti chiedi, con ironia, se eri anche tu così, ti rispondi che sì, forse lo eri, e ti dici: “Peccato non sappiano quanto sono splendide” e con la manina fai bye bye alla tua inadeguatezza fisica…o a una buona parte di essa.
    • a 40 anni ti chiedi “Ma dire sempre di sì, essere sempre informata su tutto e tutti, non poter mai dire di no, non poter mai pensare su un concetto 10 minuti in più degli altri che magari pensano che non sono abbastanza smart, è davvero quello che desidero dalla mia vita?”
      “Avere due palle così, guadagnare € 3000 al mese, essere al centro di tutto è davvero quello che voglio? Non vorrei invece avere più tempo per leggere, per riflettere su un concetto anche 10 minuti, per scoprire cosa succede nel Barsetshire di Trollope invece che dover leggere antipatici e aridi report di vendita?”
      E immediatemente cancelli la mail con l’ultimo report commerciale senza il minimo senso di colpa, anzi provando una gioia velata di un senso di soddisfazione incredibile. Manco le catene spezzate di Kunta Kinte in “Radici” (eh lo so, qua si fanno riferimenti per 40enni e over)
    • a 40 anni tiri il fiato e pensi “Ma per fortuna che non ce l’ho fatta, così non mollo davvero nulla di così rilevante da cui dipende la mia vita, se non le catene del sopracitato Kunta Kinte”

    Insomma, a me 40 piace più di 20…e per i 50 vi saprò dire.

    Le 5 cose che ho imparato nel 2014 e che voglio nel mio 2015

    Se molti saluteranno il 2014 con un “Via via e non farti più vedere” io, da buona bastian contrario invece lo saluterò ringraziandolo per avermi insegnato molte cose su di me, sulla vita, sulla determinazione che ci vuole, su demoni e draghi e sull’importanza del piantare paletti…a due mani

    Persone con valigie
    La famiglia Moleska sul portico con valigie pronte, forse per una vacanza. fotografia autore sconosciuto, recuperata da D. Howard via Flickr

    Ecco le 5 cose che ho imparato nel 2014 e di cui sono molto fiera:

    Non sono sola e…non sono la sola

    Ho imparato che se accetto di parlare dei miei demoni con qualcuno di cui mi fido e con cui sto bene, i demoni diventano “mostriciattoli”, perdono potere su di me e io ne acquisto su di loro.
    Ho imparato che non è sempre vero che

    • solo io mi sento così
    • solo a me non piace quello che faccio
    • solo io mi chiedo se è davvero questo che voglio fare
    • solo io mi chiedo se la vita è tutto qua, tra compiti che non mi piacciono e in cui non mi riconosco e traffico soffocante?

    Eh sì, siamo in tanti lì fuori e io mi sento meno sola.

    Dire “No” è O.K

    Ho imparato che esiste la parola “Sì” che è bella, chiara, fresca e energizzante.
    Mi piace dire “Sì”.
    Esiste anche la parola “No” e non è sempre e solo brutta, sgradevole e limitante.
    Ho imparato che, come dice Servillo alias Jep Gambardella in “La Grande Bellezza”, all’alba dei 42 anni (beh, lui lo diceva a 60 anni, ma ogni generazione è più precoce di quella precedente) posso e devo concedermi di dire un bel “No” quando qualcosa proprio non mi va e non la voglio fare o tollerare.
    Ho capito che imparando a dire “No” evito situazioni di stress che sono spesso inutili e pianto dei bei paletti con degli altrettanto bei cartelli che dicono
    ”Persona degna di rispetto qui, non oltrepassare il limite. E’ invalicabile.”
    E ho scoperto che questa attività del “piantare i paletti” non è fondamentale solo per ottenere il rispetto degli altri, ma anche per ottenere il mio rispetto.
    Sì, è un po’ come il “perché io valgo” del claim pubblicitario solo che invece che farmi lo shampoo io pianto paletti.

    Accettare che i “No” non piacciano a tutti.

    Ho imparato ad accettare che i miei “No” possano apparire agli altri come dei draghi sputafuoco da domare trasformandoli così in “dannati spiritelli demoniaci” che disturbano il mio percorso di vita.
    Quest’anno ho compreso che va bene anche quando i miei “No” non sono graditi, sostenuti e addirittura quando disturbano e mi vengono fatti notare. Ecco, è proprio in quei momenti che tenere saldo il paletto con entrambe le mani è più importante che mai, soprattutto verso me stessa.

    Provare, provare, provare…

    Ho imparato che, come diceva una giovanissima Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere” di M. Troisi & E. Benigni bisogna “Provare, provare, provare…provare”
    Anche io, nonostante avessi visto il film nel 1984, ho capito solo nel 2014, 30 anni dopo, che nella vita “bisogna provare, provare, provare…e provare”.
    Provi, sbagli, riprovi, fai un passo avanti e forse due indietro, ma sta proprio in quel provare tutta l’essenza della vita.
    Ah sì, divertirsi anche nel provare è meglio.
    Quando abbiamo iniziato a camminare, andare in bicicletta, scrivere, giocare a nascondino lo sapevamo che tutta la questione era lì, nel provare…quando avremo perso questa saggezza?

    La vita è bella e…io sono fortunata!

    Ho deciso definitivamente che io sono fortunata e basta!
    Avete presente quei momenti di autocommiserazione che sconfina nella rabbia in cui ti pare che non ne vada mai una giusta a te e solo a te?
    Ecco in due occasioni di questo genere, a distanza di anni, due persone mi hanno dato la medesima risposta “Eh sì, sei stata sfortunata!”.
    La migliore risposta che mi potessero dare non per consolarmi, ma per farmi arrabbiare e reagire.
    Ma come sfortunata io?
    Io sono una persona fortunata: se guardo indietro vedo fatica, dispiacere, dolore ma anche gioia, sorprese inaspettate, incontri bizzarri, viaggi incredibili, libri straordinari, musica suggestiva, film commuoventi, storie che ti “attorcigliano le budella (un po’di “Pretty Woman” va sempre bene) e soprattutto il potere di farcela sempre e comunque e molto spesso da sola.
    E se oggi guardo accanto a me, vedo qualche faccia amica, ma veramente amica, che ha qualche ruga in più, qualche capello grigio in più, ma anche tanta più pazienza, tanta più forza, tanta più gioia e tanti più sogni e speranze.
    Ora ditemi voi: può una così essere davvero sfortunata?
    Io credo proprio di no.

    Questo è il bagaglio, leggero ma importante, con cui mi appresto a varcare la soglia del 2015 e siccome io sono fortunata non può che andare ancora meglio e chissà quali nuove valigie avrò da portarmi nel 2016.