Lettura: storia di una forzata felice

L’Italia non legge eppure eventi come “Bookcity” sono presi d’assalto.
Siamo lettori o no? Come si fa a diventare lettori? E cosa offre la lettura ai suoi fan? Ecco la mia storia

Uomini che leggono su panchina
Lettura dei giornali su panchina all'indomani dello sbarco dell'uomo sulla luna 1969 Lettura giornali

A Milano c’è stata “Bookcity”. E’ stata la terza edizione.
Nel giro di tre anni gli eventi sono cresciuti a ritmo esponenziale (se ne sono contati 900 in tre giorni) e il pubblico li ha presi, quasi tutti, d’assalto.

Obbligare a leggere o lasciare leggere, questo è il problema

Contemporaneamente la stampa, in particolare il Corriere della Sera, ha riacceso la questione “libro, lettura e italiani” tramite interviste e articoli di vari opinionisti (Dario Fo su Corriere della Sera del 9/11 e Ricardo Franco Levi sempre su Corriere della Sera del 12/11).
Ranieri Polese, altro giornalista del Corriere della Sera, ha invitato la scuola italiana a tornare a insegnare davvero “la lettura” durante un incontro organizzato da Corsi Corsari. I Corsi Corsari stessi hanno organizzato una serie di incontri dal titolo “Leggere i quotidiani” che appunto vuole far leggere e capire la nostra stampa o una parte di essa.
Che la scuola insegni a leggere! Tuona qualcuno.
No, che lo facciano i genitori riappropriandosi di un ruolo educativo e del tempo con i propri figli! Sostengono altri.
Non se ne parla neppure, “lasciate che i pargoli vengano” da soli alla lettura, strepitano quegli altri.
Che si fa, quindi?
Se una mamma o un papà sognano un figlio o una figlia che sfogli, traendo piacere, i classici, e non solo quelli, che deve fare?
Non ho ricette, ma ho, ovviamente, una storia, la mia.

La signorina Rottenmeier e Heidi

Io odio Heidi.
Forse odiare è un termine un po’ forte.
Riformulo, con maggior garbo, e confesso che la piccola svizzera dalle guance rosate nel perfetto stereotipo “sana e robusta ragazza di montagna che scende a valle” non rientra tra le eroine della mia infanzia.
Anche oggi la sua immagine a caccia di caprette o con in mano i famigerati panini bianchi e morbidi per la nonna cieca di Peter scatena un’ondata di antipatia.
Ecco l’eredità di almeno un anno passato a compitare sulle pagine di un libro che raccontava le vicende di Heidi.
Ora prendete una giovane madre amante della lettura e fan appassionata di gente come Oriana Fallaci e Indro Montanelli, che si trova con una figlia incapace di distinguere la “d” dalla “t”, la “p” dalla “b” e pure abbastanza restia a sfogliare le pagine di un libro se non per ammirare foto di grandi felini.
Ironico? Legge del contrappasso o cattivo Karma?
Beh, mia madre l’ha presa un po’ sul “tragico” e alla faccia del decalogo del “Buon genitore” di Ben Spock che suggeriva di non forzare il piccolo, non si è arresa e …ha applicato la sua formula magica che è stata: dalle 13.30 alle 14.30, oltre ai compiti ufficiali, tu leggi.
Cosa leggi?
Heidi.
Così ho passato lunghissime ore, o a me tali sono parse, a biascicare su termini come ”nuvole”, “vette”, “agnellini bianco latte” e altre espressioni a metà tra linguaggio infantile e il linguaggio tecnico da scalatore di cime alpine.
Ho un vago ricordo delle avventure di quella orfanella svizzera che va a vivere con il nonno barbuto sulle Alpi e quando si abitua alla nuova realtà viene trascinata in città per fare da “dama di compagnia” in nuce alla povera Clara.
La mia lettura era penosa, lenta, le parole si affacciavano recalcitranti alla mente e ancora più recalcitranti raggiungevano la bocca.
Tutto lo sforzo era nel riconoscere la forma di ogni lettera, il suo suono e legare poi il suono della lettera precedente a quella seguente.
Figuriamoci se ce la facevo a capire pure il senso di quello che leggevo o a provare una qualche forma di piacere.
Con un inizio del genere pensare a una mia forte idiosincrasia per la lettura, oltre che per la povera Heidi, sarebbe naturale, no?
Sono forse io la dimostrazione che “forzare” è sempre sbagliato?

Le mie prigioni

No, da buon bastian contrario, io sono la dimostrazione dell’esatto contrario e ringrazio mia madre di tutta quella disciplina e di quell’obbligo.
Le rendo grazie, più o meno consciamente, ogni singolo giorno, per quella costrizione, per quella prigione pomeridiana che oggi mi libera, ogni qualvolta io lo desideri, da altre ben più insopportabili prigioni.
Tutte quelle vite, tutti quei personaggi e le loro storie che si sono svelate, che si svelano e che si sveleranno ai miei occhi, al mio cuore e alla mia testa e le loro vicende che restano avviluppate alle trame della mia esistenza, come potrei vivere senza?

Io so che non so

Ecco, io non ho ancora capito se è meglio che i bambini si avvicinino da soli alla lettura o se sia bene forzarli perché perderebbero un giacimento di intensità, di forza, di speranza e di conoscenza impareggiabile.
Non saprei neppure consigliare l’intensità della “forzatura”, ma considero quella forzatura sia stata la mia salvezza.

Ah! Mia madre era da tutti soprannominata la signorina Rottenmeier.