Freelance: un anno (e qualche mese) dopo – parte 1

Sono una freelance: cosa è cambiato e cosa deve ancora cambiare in come lavoro e anche in come vivo.
Spoiler: la mia più grande difficoltà è chiedere.

Negozio di luci in Lisbona
La vita del freelance? Luci e ombre. Immagine da New Old Stock

Il 22 aprile 2016 mi sono licenziata: non era la prima volta, ma questa volta è stato diverso.
Infatti, non mi sono messa a cercare un nuovo lavoro, ma clienti.

Oggi, a un anno e qualche mese da quella data, vi racconto com’è andata e come sta andando (work in progress).
Vi racconto soprattutto cosa ho sbagliato e cosa ho imparato.
Non perché così non farete i miei stessi errori, perché temo che, come con i figli, dirgli che quella cosa lì che stanno per fare è un errore, non li salverà dal compierlo.
Anzi, se avete già letto dei post con contenuto simile, vedrete che ci sono diversi errori/punti in comune.

Allora a cosa serve raccontare i propri errori da freelance?
Forse serve, a me che li scrivo, a guardare indietro e dire “sono sopravvissuta anche stavolta” e a chi legge e farà gli stessi errori o li ha già fatti a pensare “non sono sola, non sono la sola”.

Sei freelance: mettici la testa, ma ascolta il tuo istinto (la pancia, insomma)

Sul lavoro pare che io sia molto “fredda” e cerebrale.
Qualche superiore mi ha detto che “non si capisce quello che penso” dalla mia espressione facciale.
Io l’ho preso per un complimento, soprattutto quando mi è stato detto da alcuni.
In effetti, tendo a analizzare e a far tacere la mia parte emotiva a favore di atteggiamento professionale e serio.
“Bene”, direte voi.
“Non sempre”, dico io.
Spesso, il voler mantenere un aplomb professionale che rispecchia una professionalità seria e quasi calvinista (” Se non lavori non sei prescelto da Dio e quindi via a lavorare oltre misura) invece che suscitare rispetto e definire un sano rapporto di lavoro scatena il “approfittiamocene”.
Mi è successo per diversi mesi e con diversi clienti, sia diretti che tramite intermediari. Mi succedeva anche da dipendente. Passare da dipendente ad essere freelance non ha fatto cambiare le carte in tavola da questo punto di vista.
Il problema era più mio che loro.
Spesso sapevo benissimo, già dopo il primo appuntamento, che la situazione non sarebbe stata facile, ma ho messo a tacere l’istinto per almeno due motivi:
– io (mi) salverò: ovvero ora, dall’alto della mia nuova posizione da freelance, saprò gestire la situazione e uscirne vincitrice. Nessuno si farà male e avrò appreso una nuova competenza. Se voi ci riuscite, chapeau. Io ho ancora molta strada da fare.
– odio i conflitti: sono una persona pacifica, ho fatto della diplomazia il mio strumento distintivo. Se devo dire che un progetto non mi piace, dirò che “ci sono delle potenzialità su cui si può sicuramente lavorare”. Una volta l’ho detto anche al ristoratore che mi chiedeva com’era il risotto. Avevano appena aperto e volevano un feedback. “C’è spazio per migliorare. Tanto” Dopo tre mesi avevano chiuso e io mi ero trasferita.
Ascolto sempre il mio istinto e dico “No” senza paura?
No, ma andiamo al punto successivo.

Anche se non hai a che fare con vampiri, metti paletti

Magari non nel cuore.
Ne avevo già parlato anni fa, ma evidentemente il processo per apprendere l’arte dei paletti è lungo.
Oggi tendo a non dare più nulla per scontato e a essere più chiara e rigorosa.
Dopo una serie di brutte esperienze, ho imparato a dire chiaramente come lavoro e come non lavoro.
Cosa puoi aspettarti da me e a cosa io devo poter avere accesso per poter lavorare al meglio e farti ottenere i risultati.
Ad esempio, se una chiamata non è pianificata non rispondo.
Se sto lavorando a un progetto di un altro cliente, non posso né voglio sottrarre il tempo che ho pianificato per quel lavoro. E’ una questione di rispetto del cliente e di ottimizzazione del mio lavoro.
Grazie a Dio, non opero a cuore aperto e non devo governare l’America (e dato il tempo che Mr Trump passa su Twitter o a guardare Fox News per informarsi, direi che davvero niente è così urgente. Sorry, Mr President, but seriously…)
Se abbiamo definito un piano e un calendario, non lo stravolgiamo perché tu ti sei stancato.
Soprattutto, non lo stravolgiamo due minuti prima di andare live.
Lo facciamo cercando di capire se:
– ti sei stancato solo tu o anche il target (ma a quel punto e con i dati a disposizione, forse me ne sono già accorta anche io)
– è cambiato qualcosa a livello aziendale nell’immagine che vuoi comunicare. Ma a quel punto non si cambia un post, ma si rivede la strategia.
E qui vediamo già l’anticipo del punto successivo.

Chiedere è faticoso, ma fallo!

Ricordate quella pubblicità (oddio, si capirà che sono agée?) circa “L’uomo che non deve chiedere mai”?
Io temo di essere cresciuta, e di non essere la sola, all’insegna de “La donna non deve chiedere mai” e non è una questione gender o forse sì. Figlia degli anni ’70, se mia madre mi ha insegnato qualcosa, oltre all’amore per la lettura a suon di Heidi (dai, ve ne avevo parlato già qua), è “tu devi imparare a non essere dipendente, non devi chiedere mai, devi trovare, pensare e fare tutto da sola.”
Probabilmente mia madre non aveva ben chiara la mia indole “assolutistica” per cui per me, se dici mai, è MAI.
Significa che al contrario delle altre “ragazze”, io non chiedo indicazioni per la strada, neppure a Google.
Se non ho capito la lezione, io non me la faccio rispiegare, ma passo ore e ore sulla pagina a cercare di capire, senza capire e perdendo fiducia in me.
Invece, se sei freelance, se hai dei clienti, dei colleghi, dei fornitori CHIEDERE è l’unica azione che ti consentirà di fare passi avanti.
E’ faticoso, significa riconoscere i tuoi limiti e la tua vulnerabilità, significa dipendere dalla cortesia altrui, ma va fatto.
Chiedi a una collega come fa lei a fare quella cosa lì o se conosce qualcuno o qualcosa che può aiutarti per quell’attività o per quella situazione.
Ti risparmierai ore di studio/lavoro a vuoto (e che non puoi fatturare).
Ti risparmierai crisi da Calimero ovvero “sono la solita tapina, perché io non lo so fare e tutti gli altri sì”.
Magari ci scappa anche l’ampliamento del tuo networking o il rafforzamento del medesimo.
Da qui, si va al punto successivo in un nano secondo.

L’ispirazione è importante, ma non quella che credi tu

Una mia amica mi ha fatto notare che il mio lavoro è bello, perché è sempre vario ed è, ecco la parola magica, un lavoro creativo (e questa parola va in accoppiata a ispirazione).
Lei la vede così, perché lavora da dipendente.
Vede, quindi, l’aspetto “non devi fare tutti i giorni le stesse cose” e non ha tutti i torti.
Ma chi fa la freelance sa che c’è anche l’altra parte della medaglia, ovvero l’energia che dover inventarti e reinventarti tutti i giorni comporta, senza una sicurezza, soprattutto i primi tempi.
Io ho bisogno di dosi massicce di energia sotto forma di ispirazione.
L’ispirazione che mi serve non è tanto e solo quella per creare progetti sempre nuovi, ma quella per alzarmi dal letto, per mettermi davanti al pc anche se è domenica, per preparare l’ennesimo preventivo che potrebbe significare l’inizio di un nuovo progetto ma anche un rifiuto per x motivi.
Mi nutro di ispirazione continuamente e in modo compulsivo, ho bisogno di storie interessanti, sfidanti, esempi di persone che a 99 anni, per dire, piantano un seme di olivo anche se è abbastanza certo che non vedranno mai la prima oliva e non sono neppure certi che qualcuno si occuperà della pianticella, poi.
Leggo, guardo film, ascolto, navigo in rete, ascolto podcast (l’hai già vista la mia lista dei “best ones”?), ascolto le chiacchiere delle persone che mi stanno attorno, cerco di incontrare persone nuove sempre con le cautele che essere un’acida introversa comporta.

Non finisce qui…(c’è la parte due)