Freelance: un anno (e qualche mese) dopo – parte 2

Ecco la parte due del post circa la mia attività di freelance.
Qui vi svelo la mia più grande paura e come sono riuscita a tenerla a freno.
E, non odiatemi, ma vi devo dire che qualche volta lavorare per avere visibilità vale la pena. O almeno è servito a me.

Tempo
Freelance: ci vuole tempo. Quanto? Tre anni, pare. Fotografia di Murray Campbell via Unsplash

In questo agosto caldo e silenzioso (ma quanto può essere silenziosa Milano a agosto? Un sogno) ho avuto un po’ di tempo per studiare (oh yeah!), lavorare (oh yeah!) e riflettere sul mio anno e qualche mese da freelance e così eccovi la parte due (qui trovate la parte uno se ve la siete persa)

Rome wasn’t built in a day, ovvero ci vuole tanto tempo per fare il freelance

Quando ho inziato sapevo che una questione sarebbe stata, da subito, davvero spinosa.

  • Come trovare i clienti?
  • Ogni persona interpellata aveva la sua ricetta, of course:

    • Devi fare pubblicità su Facebook
    • Devi farti vedere agli eventi giusti (quali sono quelli giusti per me?)
    • Devi fare networking
    • Devi far sì che siano i tuoi clienti a trovarti, quindi lavorare di branding

    Una ridda di soluzioni che ho, più o meno, considerato e praticato.
    Certo qualche cliente è arrivato, ma il processo mi sembrava lento, molto lento, troppo lento.
    In breve, non sostenibile.
    Mi sembrava lento soprattutto perchè continuavo a vedere questi freelace che, almeno pareva a me, intraprendevano un’attività e in tempo tre mesi
    din din din
    Lo riconoscete? E’ il rumore delle monetine nel deposito di Zio Paperone.
    Insomma, per farla breve pareva che in tre mesi le fatture e le bollette non fossero più un problema e che ci fosse anche di che regalarsi qualche piccolo sfizio.
    A me non stava succedendo esattamente così e la cosa mi faceva pensare, pensare seriamente.
    Fino a quando ho letto il post di una freelance molto brava e devo dire che la situazione si è un pizzico ridefinita: tre anni, questo è il periodo che è necessario per iniziare a ingranare.
    Nello stesso periodo ho raccontato del mio dilemma a un’amica freelance.
    Non solo mi ha confermato le tempistiche, ma la sua stessa commercialista, freelance anche lei, confermava i tempi a sua volta. E se lo diceva la commercialista!
    Risultato: il cricetino impazzito che si agitava nel mio cervello ha rallentato il passo sulla ruota.
    Ci fa ancora qualche giro, ma tende a sapere quando fermarsi e scendere, grazie a Dio!
    O forse grazie al confronto e all’onestà di qualche collega.

    La formazione per un freelance: sono una “life long learner”?

    Una delle espressioni che 7 anni fa mi avevano lasciato perplessa quando avevo iniziato a lavorare per Expedia era “lifelong learner”. Mai sentito prima e, così a freddo, dopo anni e anni di studio e professoroni, l’espessione non mi entusiasmava.
    7 anni più tardi, la voce “formazione” è a oggi una di quelle in cui finiscono largamente i miei guadagni.
    Forse ho scelto anche un campo, quello dei social, in continua e frenetica evoluzione e star al passo non è così semplice se non ci si aggiorna continuamente.
    Forse “so di non sapere” e non riesco a sentirmi mai totalmente formata e padrona della materia.
    Forse, e questo è altamente probabile, dopo un corso sono piena di idee, energie e contatti e questa è una situazione che mi fa sentire bene e che, innegabilmente, si riflette in positivo anche nel mio lavoro.
    Quindi, “Yes, I am a lifelong learner”.

    Perché lo fai?

    Ad un certo punto della mia vita, non so bene quando, ho iniziato a fare una serie di cose altre rispetto al mio focus.
    Al liceo ho iniziato a scrivere brevi articoli per un foglio milanese.
    All’università ho scritto per il periodico dell’istituto.
    Venendo a tempi più recenti, ho organizzato un paio di blogtour, ovvero tour con blogger alla scoperta di luoghi di cui mi ero innamorata o che volevo scoprire
    Tutto bene, no? Non proprio.
    Una voce dentro di me e molte fuori hanno iniziato a chiedermi, sempre più insistentemente: “perché lo fai?”.
    “Perché dedicare tempo (ed è molto), passione (altrettanta), anche risorse economiche (non cifre folli, ma chiamate, previsite, caffé, aperitivi, etc costano) per qualcosa per cui non ti pagano?” O come dice qualcuno “non puoi fatturare?”.
    La mia prima risposta è sempre stata: “Perché mi piace!”
    E’ così infatti: nuovi posti, nuove persone, l’alchimia tra le diverse persone, gli scambi, il confronto, le chiacchiere.
    Oggi, però, aggiungo due altri motivi:

    • esperienza: il numero di cose che ho imparato a fare per realizzare i miei blogtour è impressionante se guardo indietro:
      1. chiedere (e come sapete è un problemino non da nulla per me)
      2. preparare power point chiare (poche slide, pochi concetti per slide, obiettivi chiari)
      3. scrivere inviti a cui dire “no” è quasi impossibile e che comunque lasciano aperta la strada a una possibile futura conoscenza
      4. risolvere problemi di programmazione e contrattempi vari (ma lavorando in hotel questa parte era già ben avviata, lo ammetto)
      5. costruire itinerari vari e interessanti per tutti o quasi i partecipanti (perché parto sempre con “Stavolta non più di 10 e arrivo sempre a 20 e trovare un percorso che incuriosisca 20 persone non è uno scherzo)
      6. scusarmi (un pizzico meno difficile che chiedere, ma sempre nell’area del “ho difficoltà nel farlo”)
      7. scovare informazioni
    • visibilità: Ebbene sì, questa viturperata visibilità e chi è freelance sa di cosa parlo.
      Però ammetto di aver ottenuto almeno 2 dei miei ultimi incarichi grazie ai blogtour che avevo organizzato.

    La flessibilità del freelance non è disponibilità totale sempre e comunque

    Sono una freelance e spesso lavoro quando gli altri non lavorano e non lavoro quando gli altri lavorano.
    Sto imparando a organizzare il mio tempo. Non è facile.
    Se mi lascio interrompere mentre sto lavorando, succede a me come a una persona che lavora in ufficio: non solo perdo tempo che dovevo dedicare al mio compito, ma mi ci vuole moltissimo tempo (gli esperti dicono anche venti minuti) per recuperare la concentrazione.
    Io poi sono fatta anche peggio: se sono in un momento in cui sto lavorando bene, mi costa poi molto tempo recuperare la medesima concentrazione e la calma, perché mi sento in colpa per aver perso tempo in un’attività diversa.
    Non sono ancora riuscita a padroneggiare questo concetto e spesso sono io la prima a pensare che forse esagero.
    Ma a fine giornata, riconosco immediatamente quando ho barattato la mia flessibilità con una piena e arresa disponibilità.

    Per un anno e qualche mese, sono soddisfatta.
    Poteva andare meglio: certo!
    Ma se mi guardo indietro, sono stupita di quanto ho fatto, di quanto ho appreso e di quanto sto imparando, di come sono e sto cambiando, proprio io che leggevo ammirata i resoconti di chi a metà del cammino della propria vita aveva mollato tutto ed era ripartita da zero, io che mi dicevo “Sì, ma io no, io non ce la farei”
    E invece “Sì, perfino io ce la sto facendo”.