Tra la noia di Califano e l’ipercriticità della signorina Rottenmeyer c’è il maestro Paganotti

Correggere un proprio pezzo è “una pratica pallosissima” twitta Antonio Fucito e io non posso che dargli ragione, ma, ora che rifletto e ne sto scrivendo, è anche segno di rispetto per il lettore e per me stessa. Così ho pensato a un paio di regole facili di cui una, la “regola del maestro Luciano Paganotti”, è anche un po’ sentimental-retrò.

Group of schoolboys
Teachers Competition photography by Philip Howard via Flickr

La pagina bianca, questo incubo.
Mentre per molti una nuova pagina è l’incubo peggiore, per me il concretizzarsi di tutti i miei mostri è la correzione di un testo, anche se mio, anzi soprattutto se mio.
Non è molto che mi porto appresso questo rifiuto, diciamo proprio repulsione. Pur ammettendo che non è la semplice rilettura che mi fa orrore, ma la ventesima o venticinquesima rilettura di quanto scritto, non ricordo di aver mai provato un’avversione così forte per questa fase della scrittura.

Così, mi sono chiesta quali siano le ragioni di questo odio verso la rilettura e mi sono data tre risposte che contribuiscono, in diversa misura, a farmi scalpitare e indietreggiare come un cavallo bizzoso di fronte all’ostacolo.

  1. mi annoio: affrontare un nuovo argomento, definire come parlarne, scegliere i termini più appropriati per trasmettere il mio messaggio, organizzarli in frasi equilibrate e magari armoniose, costruire un ragionamento che sia scorrevole e persino portatore di un senso mi affascina, mi sfida e mi offre una sensazione di piacere anche fisico.
    Oltre a ciò, parafrasando Franco Califano, “Tutto il resto è noia”.
  2. ipercriticità: per quanto il testo sulla pagina sia frutto di ripensamenti, correzioni, stravolgimenti e ristesure, la signorina Rottenmeyer che alberga in me non è mai soddisfatta. Quello che, posata la penna, sembrava completo, ora pare mancante di parti rilevanti, il pensiero che sembrava correre liberamente, ora pare zoppicare ad ogni virgola e il senso che si dispiegava ricco e fluido ora è scialbo e pure viscoso.
  3. novità: non rileggo neppure quei libri che mi hanno scosso nel profondo, quelli di cui ricordo interi periodi, perché solo riportarli alla memoria ha un effetto calmante o, vicervesa, di dirompente energia. Parimenti, non rivedo i film che mi hanno lasciato l’anima in subbuglio per i singhiozzi e le lenti a contatto opache per le lacrime.
    Posso quindi aver voglia di rileggere le mie 800/1000 parole che non raggiungeranno mai l’intensità di una Marguerite Yourcenar ne “Le memorie di Adriano” o lo sguardo maestoso ma di fine critico sociale di un Luchino Visconti alle prese con il suo “Gattopardo”?
    Posso davvero sprecare il tempo prezioso che potrei spendere alla ricerca di nuovi scossoni malinconici per la mia anima e booster energetici al mio cervello rileggendo le suddette 800/1000 parole?

Via via alla ricerca del nuovo.

Bentornata, signorina Rottenmeyer

Eppure la signorina Rottenmeier sibila feroce che “rileggere si deve”:

  • E’ segno di rispetto per il nostro lettore: ammetto una caccia divertita al refuso, ma un odio viscerale per i tempi verbali errati e la scelta poco curata delle espressioni. Un congiuntivo sbagliato scatena un corto circuito neuronale tale da impedirmi di cogliere il senso del testo e bloccarmi sulla frase incriminata per almeno 3 minuti con ondate di sdegno e affermazioni del tipo “Rimandiamoli alle elementari”, “E poi dicono che non esiste l’analfabetismo di ritorno”. Molto professoressa stizzita e antipatica, lo ammetto.
  • E’ segno di rispetto verso il testo che è rispetto verso me stessa: la dimostrazione di cura e almeno simpatia, se non amore, verso una mia creazione, quindi verso qualcosa che narrerà di me a chi la legge non è un indizio di come voglio presentarmi al mio lettore?
    Non comunica forse l’ immagine che voglio dare di me e, quindi, anche l’ immagine che io ho di me stessa?
  • E’ segno di umiltà e di impegno: due qualità che, forse, oggi non sono particolarmente ammirate o richieste, ma che, da buon bastian contrario, io ho deciso di fare mie e che definiscano una parte rilevante del mio essere.

Come fare, dunque?

Ci vogliono una o più tattiche che rendano completa la mia strategia di scrittura e mi aiutino nella fase “rilettura”.
Eccole qui le mie tre regolette che mi stanno attualmente aiutando.

  1. C’è un giorno per scrivere e uno per rileggere: tempi stretti, impegni e scadenze che si susseguono impietose, molto spesso scrivere, rileggere e pubblicare sono azioni senza soluzione di continuità che si devono svolgere nell’arco della medesima giornata. Non sempre ci riesco, ma cerco di scrivere un giorno e rileggere quanto ho scritto il giorno seguente, se non a due giorni di distanza, perché magari, nel frattempo, subentra la regola 2.
  2. Quattro occhi vedono meglio di due: se io rileggo quanto ho appena scritto, raramente vedo errori o percepisco qualche falla, seppure minuscola, nel mio testo. E’ mio, l’ho pensato, ripensato e, infine, generato. Poca probabilità che ne colga i limiti o le debolezze…”ogni scarrafone…” Un occhio esterno, invece, può vedere il refuso insidioso, cogliere l’inghippo nel meccanismo che a me pare così ben congeniato e avvisarmi.
    Certo, scegliere il lettore a cui affidare questo passaggio non è semplice, perché mette in gioco una serie di dinamiche di varia natura, ma almeno per la parte errore grammaticale è un ottimo salvacondotto.
  3. La lettura modello “maestro Luciano Paganotti”: c’è chi ha avuto maestre dalla penna rossa o professoresse arcigne, io ho avuto il “maestro Luciano Paganotti” e è stata forse una delle prime delusioni della mia vita. Ma questa è, al solito, un ‘altra storia.
    Tra gli insegnamenti del mio maestro delle elementari c’era la “rilettura al contrario”: strenuo sostenitore dell’importanza della rilettura, o meglio delle riletture del tema di italiano, entusiasto fan del numero 5, identicato come il numero minimo di riletture necessarie prima di consegnare il testo alla sua attenzione, ci aveva svelato, un giorno, un metodo, a suo parere, efficace per eliminare errori di grammatica e di sintassi: rileggere lo scritto al contrario, partendo, insomma, dalla fine.
    In questo modo, sosteneva il mio maestro, si perde il senso logico del discorso e il cervello, non più preso dallo sviluppo logico del testo, si concentra sulla correttezza della singola parola perché questa è la sola unità di senso compiuto che gli si presenta e su cui può esercitare il suo controllo. Insomma, il consiglio era “imbroglia il tuo cervello!”

Conoscete altre tattiche e vi va di condividerle?