Burn out: quando mi sono lavata i denti con la Nivea

A dicembre 2016 pesavo 55 kg e non facevo, né faccio parte del mondo della moda.
Credo di aver pesato 55 kg, l’ultima volta, alle scuole medie o forse al liceo.
Troppo tempo fa per potermelo ricordare.
Ecco cosa mi è successo durante il primo anno da freelance e cosa ho imparato a proposito di burn out e stress

Stress da troppo lavoro
Il burn out: una causa e una conseguenza è sentirsi completamente soli, senza sostegno

A dicembre 2016 ero a Madrid, facevo la pet sitter (non è una pratica maliziosa, significa che mi occupavo di cane e gatto) agli amici pelosi di una mia cara amica in vacanza e pesavo 55 kg.
Chi mi conosce sa benissimo che:
– peso ben più di 55 kg e sono perennemente in lotta con la bilancia.
– rifuggo da qualsiasi osservazione relativa al mio corpo, tranne quella legata al fatto che ho dei grossi problemi a parlarne, figuriamoci a scriverlo in un post (verba volant…)
Detto questo, dopo essermi lavata i denti con la crema Nivea una sera, sempre a Madrid, ho dovuto ammetterlo: “burn out fisico e mentale”.

La mia storia con il burn out

Da mesi avevo iniziato la mia attività come social media manager freelance e il periodo non era davvero facile:

  • cambiare lavoro, non solo la compagnia per cui operi, ma proprio campo d’attività
  • passare dall’attività di dipedente a freelance
  • non avere un flusso certo e costante di guadagno
  • non avere certezze e riferimenti
  • non essere una millenial (quando inizieremo anche qui a parlare dell’age bias e non solo e giustamente del gender bias?)

non sono scherzi.
Io stavo e sto tutt’ora affrontando questa situazione e, nonostante la marea di articoli, post e talk che avevo e ho seguito circa i rischi del passaggio, nonostante una voce dentro di me dicesse “No, ma figurati, a me no!”, invece “Sì, proprio io!” ci sono cascata.

Come sono arrivata al burn out?

Il primo colpo al mio benessere è stato frutto probabilmente del mio percorso per diventare freelance.
Non è stata una scelta, è stata più una decisione legata a una serie di condizioni e in parte le potete trovare in questo post intervista che mi ha fatto Sara Valsania.
Venivo da 6 anni di impiego in cui i giorni bui erano stati maggiori di quelli di luce.
Inutile anche negare che non sono stata capace di creare attorno a me un network di persone che mi potessero, se non sostenere, almeno farmi sentire “meno sbagliata”: nessuna colpa, eh!
Anche io avrei detto a una mia amica e/o al mio significant one che aveva passato la 40ina e che aveva comunque un lavoro sicuro e abbastanza ben retribuito di mettersi il cuore in pace circa la “soddisfazione personale” e di guardare alla tranquillità e serenità economica.
Un altro punto da non dimenticare è stata la mia incapacità di “dire no”, nonostante sapessi benissimo l’importanza dei limiti che metti agli altri.
Ma se stai entrando in un nuovo campo di cui non padroneggi i confini e se non hai un supporto (e torniamo a sopra) valido al tuo fianco, “dire no” è un rischio che non sai/puoi permetterti di compiere, anche solo perché ci sono le bollette e soprattutto sei stata sempre indipendente e non sai cosa aspettarti dal fatto di non avere un flusso di denaro che alimenta il tuo conto corrente.
Un paio di clienti che non avevano idea di cosa volevano e la mia incapacità nel gestirli fermamente, quando hanno iniziato a oltrepassare la linea, hanno completato l’opera.

Come sono uscita dal mio burn out?

Ho rifiutato di collaborare ulteriormente con un cliente.
Ho perso una mensilità e dovuto riemettere tutta la documentazione fiscale di un altro che, dopo 4 mesi dall’ultima ricevuta, mai pagata, e dopo una serie di mail di solleciti della mia commercialista si è reso conto che aveva un regime particolare e quindi non saldava la ritenuta d’acconto.
Mi sono trovata con “il cul… a terra”, pardon my French direbbe Garance Doré e da lì ho ricominciato.
Niente racconti di “da quel momento ho selezionato solo clienti bellissimi che mi amano e io amo loro”.
Da quel momento, con fatica, soprattutto mentale, ho iniziato, tra pianti, passeggiate da sfinimento, immersioni in pomeriggi al cinema o a divorare romanzi, a riprendermi, a riprendere soprattutto me stessa e forse non è stato un “ri-prendere”, ma proprio un appropriarsi di me stessa, per la prima volta.
Ho ottenuto un colloquio per un’attività di community management per una grossa agenzia che segue i social di un brand famoso nel settore automotive e ho portato a casa il contratto.
Terrore e ansia, voglia di farcela e di imparare.
Un passo alla volta, un post dietro l’altro, un commento e una linea guida per creare uno script ad uso dell’intero team dietro l’altro, sono passata dalla paura ogni volta che gestivo le pagine e gli account a una certa sicurezza e padronanza della situazione.
Da lì, finalmente un altro contratto con un settore a me familiare, il turismo, e poi a seguito, con il passaparola altri progetti. E la consapevolezza che potevo dire la mia sul settore e rispondere ai bisogni del mio cliente, qualche volta persino prima ancora che si verificassero.

Che cosa scatena il burn out?

Credo che le cause possano essere diverse, ma mi trovo a riflettere su questa frase di Danielle Laporte, autrice, speaker e blogger canadese:
“We live in a global economy of insecurity. Not because of vacillating markets, but unstable self worth. Our lack of esteem feeds the globalization machine. If you/we loved ourselves more deeply, a lot of industries would go bankrupt.
But…bankrupting the human spirit turns out to be great for the gross national product.”
E mi chiedo se davvero questa mancanza di autostima che attanaglia così tante di noi e la conseguente necessità di fare sempre di più, di darsi sempre di più, sia davvero un caso e la nostra difficoltà nel porvi rimedio sia davvero legata alla nostra scarsa forza di volontà.

Una storia…d’amore con il burn out?

La questione del burn out, comunque, mi interessa enormemente e quindi ho chiesto ad alcune donne con cui collaboro, che conosco e che ritengo interessanti di raccontarmi del loro “burn out” e di cosa è successo, perché e come uscirne.
Da tutte una nota comune: “E’ capitato una volta (o più), può capitare ancora, ma ho acquisito gli strumenti per riconoscerlo e farvi fronte”.
Credo che dal loro racconto potrete trovare davvero degli spunti per, se non eliminare il rischio, riconoscere subito la situazione e sapere che non succede solo a voi perché siete deboli, fragili e non vi meritate di farcela.
Succede e basta, ma si può e si deve uscirne con qualche strumento in più per farsi meno male la prossima volta.
Quindi, seguitemi e faremo una passeggiata nel mondo del burn out (e delle nostre paure) nei prossimi post.