Brand image: Isadora Duncan e le caviglie scoperte

Oggi senza brand image non vai da nessuna parte, ma ieri? Ieri, prima del web 1.0 e 2.0, prima della rete e, addirittura, prima della TV, come si faceva brand image, se si faceva? Eccomi novella Miss Marple sulle tracce della brand image

Isadora Duncan e le sue allieve
Isadora Duncan e le sue allieve in tuniche e piedi scalzi, fotografia di Mo via Flickr

Parlando della Marchesa Luisa Casati Stampa qui, mi sono resa conto che già prima di internet e dei Social la “brand image” ha determinato il successo di molti personaggi, artisti e non.
Così, mentre noi oggi guardiamo adoranti alle varie Lady Gaga o Rania di Giordania per capire come sono state in grado di creare quel successo commerciale o quella allure e quella credibilità che circonda ogni loro mossa (ma non sbagliano mai?), già in passato qualcuna e qualcuno ha saputo creare e gestire magistralmente il proprio “brand” senza Facebook.
Da storica mancata non ho resistito al richiamo del viaggio nel passato, allo scavare nella vita di tanti personaggi, più o meno eccentrici, e ho pensato che, dopotutto, qualche idea ne poteva venir fuori…o comunque una bella storia.

Isadora Duncan: sempre libera…

Isadora Duncan nasce a San Francisco negli anni ’70 dell’Ottocento, proprio quella San Francisco culla di trend e ribellioni varie nel secolo seguente, quando si dice la casualità.
In realtà il suo primo nome è Angela, ma lei pensa che Isadora le si addica meglio e Isadora diviene. D’altrocanto di Angela ce ne sono molte, ma di Isadora no. E ha ragione: a breve il nome Isadora rimandera’ immeditamente solo a lei.

Il prodotto:

Fin dalla più tenera età, Isadora danza e dà lezioni di danza.
Ha quindi ben chiaro il suo “prodotto”, la danza.
Ha altrettanto chiaro che la danza non le basta e che lei vuole/può offrire altro, cioè le sue “scuole di danza” che porteranno il suo nome e la sua danza nel mondo, insomma che “distribuiranno” il suo “brand” in modo ufficiale e unico.

La sua missione e i suoi valori:

Forse ha altrettanto chiaro, fin da subito, la sua “missione” che non è solo quella di danzare ma di “rivoluzionare” la danza.
E se non l’ha immeditamente chiaro, ci mette ben poco a capire che quello è il suo destino e la sua forza: rompe con la tradizione classica e con i suoi rigidi dettami, niente corpi costretti in rigidi tutù, piedi imprigionati in scarpe di raso dalle infernali punte in gesso, né movimenti ormai stereotipati e svuotati di senso.
Per lei la danza è:

  • libertà
  • movimento
  • natura

Ogni gesto ha senso non perché è lo stesso che si ripete da tempo immemorabile, ma perché ha un suo senso, una sua ragione d’essere.
La danza di Isadora non è solo esercizio fisico, non è solo sfida alle convenzioni e invito malizioso, è una struttura con una forte base intellettuale che le da spessore e la nutre.

Networking, mai da soli:

E’ aperta alle occasioni e agli incontri, insomma fa “networking”, e quando Loie Fuller, forse la prima ballerina di burlesque della storia, americana anch’essa, la invita in Europa per accompagnarla nella sua tournée, la giovane Isadora parte, nonostante la giovane età.
Gli inizi non sono semplici, ma a Londra Isadora non si arrende: danza e studia, ma non alle Accademie.
Lei va al British Museum e passa pomeriggi interi a ammirare le sculture e i disegni sui vasi greci, le figure che si rincorrono fluide sui colli dei vasi e sui frontoni dei teatri greci lì conservati.
Lì trova le radici del suo sentire e le sviluppa, le affina.
Inizia a danzare nelle feste private dell’alta società inglese dopo aver incontrato casualmente il faro del teatro inglese, Mrs P. Campbell e averla stregata ballando in un giardino inglese alla luce della luna, racconta la leggenda.

Piedi nudi e tunica greca, la sua “unique selling proposition”:

Giovane, atletica, danza coperta da una leggera tunica in candida mussola che ne sottolinea le forme. Novella ninfa, si muove liberamente nello spazio e danza a piedi nudi (ricordiamo che mostrare le caviglie era scandaloso ai tempi?) su musiche di grandi compositori che tutti conoscono, ma che nessuno ha mai osato usare per la danza. E spesso le coreografie sono interamente sue.

L’aristocrazia e il mondo dell’arte inglese, e quello europe di riflesso, impazziscono per Isadora, i teatri si riempiono per ogni spettacolo, gli artisti vogliono ritrarla e creare coreografie per lei o con lei.
Insofferente alle costrizioni, Isadora un po’ lascia fare e un po’ si ribella.
Avversa al matrimonio, ha una figlia dall’attore e scenografo Gordon Craig.
Anche qui va contro una sorta di legge non scritta, ma conosciuta, per cui le ballerine sono figure verginali e eteree che non vivono le passioni, ma le sublimano. Tanto meno hanno figli. Lei ha Deirdre e torna a ballare e a amare, questa volta il rampollo della famiglia Singer, quelli delle macchine da cucire.
Ostinata e testarda, sopravvive alla morte tragica dei tre figli, che non vedrà mai grandi, e continua a ballare e a far parlare di sé e delle sue scelte.

La teoria dei nuovi mercati da conquistare o della scuola di danza voluta da Lenin

Quando in un ‘Europa sfinita dalla Grande Guerra le occasioni sembrano terminate per lei, cerca altrove il suo mercato: Leningrado e la Russia post rivoluzione.
Va a Leningrado per fondare una scuola in cui insegnare ai figli degli operai la sua danza, perchè la danza è libertà e perché è convinta che, come ha studiato sui testi di J.J. Rousseau, ai bimbi non bisognerebbe insegnare né a scrivere né a leggere prima dei 12 anni.
Isadora vuole allora insegnare loro a ballare, perché la danza è libertà, è gesto ricco di senso.

Isadora è libera anche nella sua vita affettiva: amori importanti, figli, ma nessun matrimonio.
E infine un matrimonio con un giovane poeta pazzo, Esenin.
Si amano e si fanno del male con ugual intensità: le cronache del tempo riportano aneddoti su camere di hotel distrutte durante l’ultima tournée di danza in America ben prima di quanto hanno fatto Johnny Depp e Kate Moss.

La sua lezione, ma soprattutto i suoi valori di ricerca, di libertà e di sperimentazione non sono serviti solo a lei e alla sua danza.
La sua eredità si è estesa ben oltre nei secoli: sono figlie sue, per loro stessa ammissione, le varie Martha Graham, Twyla Tharp fino all’odierna Pina Bausch.

La costruzione della sua brand image è stata cosciente o la sua brand image è frutto di un ‘adesione perfetta tra comunicazione del prodotto Isadora e contenuto del prodotto Isadora?
Resta un mistero, come le ultime parole pronunciate prima di danzare un passo più in là rispetto a noi, sempre un pizzico più avanti, sempre molto più …libera.